La fine del neoliberismo sta arrivando — le sue ideologie stanno perdendo ogni significato

La commercializzazione strisciante della cultura, del sesso e del tempo libero è sempre stata insita nella logica del capitalismo. Ma nell’era neoliberista non avveniva più in modo graduale: negli ultimi trent’anni è accaduto qualcosa di inedito alla persona media e all’insieme di idee che mediamente popolavano la testa della gente, qualcosa che ha raggiunto il suo apice durante la frenesia speculativa che ha preceduto il 2008.

Pubblichiamo un estratto dall’ultimo saggio di Paul Mason, Il futuro migliore (Il Saggiatore)

L’ideologia, nell’interpretazione dei contestatori del capitalismo, è un insieme di idee che mascherano la realtà. È creata da ciò che vediamo e sentiamo, e rafforzata dal fatto che la classe dirigente controlla il flusso di informazioni.

Così, per esempio, in Unione Sovietica alle persone veniva detto (e se lo dicevano fra loro) che vivevano sotto il «socialismo effettivamente esistente», mentre la realtà era fatta di dittatura, povertà, miseria e disuguaglianza.

Le ideologie, in genere, si definiscono in contrasto con alternative chiare e visibili. Pertanto, dal momento che mascherano una verità più profonda e nascosta, le persone istruite e curiose possono immaginare un modo per sottrarsi alla loro influenza, specie se esiste un contropotere organizzato come il movimento operaio che dice: parti dal presupposto che il tuo capo dice solo cazzate.

La caratteristica dirimente del neoliberismo è stata la capacità di superare questo scoglio: ha creato una realtà in cui è diventato impossibile immaginare alternative. Per le persone istruite e curiose diventava sempre più difficile sottrarsi intellettualmente alla sua influenza.

Quando, per esempio, McDonald’s aprì il suo primo fast food nella mia città natale, creò situazioni imbarazzanti. In tutti i normali negozi, caffè e supermercati, i clienti chiacchieravano con le persone che li servivano, le conoscevano, chiedevano notizie dei familiari o si mettevano d’accordo su dove incontrarsi il sabato sera.

Da McDonald’s c’era una nuova routine: quelli che ti servivano lavoravano seguendo un copione. Era più semplice se ignoravano il fatto che eravate andati a scuola insieme. Non era facile scambiare quattro chiacchiere. All’inizio c’era qualcuno, da entrambi i lati del bancone, che si ribellava, ma col passare del tempo divenne evidente che le cose funzionavano meglio se il personale e la clientela si attenevano a questa nuova routine impersonale, di stile aziendale.

Il vostro hamburger arrivava più in fretta e nessuno veniva licenziato. Più partecipavi alla recita e meglio ti sentivi.

In questo lungo processo globale, attraverso miliardi di piccole transazioni e routine quotidiane, il neoliberismo è diventato qualcosa di più di un’ideologia. È diventato quello che la politologa Wendy Brown definisce un «ordine della ragione normativa» più simile a una religione o a un foglio di calcolo Excel, che hanno una logica che non può essere messa in discussione.

Nell’Unione Sovietica e nella Cina di Mao, era facile sgonfiare le ideologie dominanti: alla gente veniva detto che le loro società erano le più prospere del mondo, ma bastava che guardassero un film di Hollywood, o che volassero a Los Angeles all’interno di una delegazione commerciale, per capire che si trattava di una bugia. Ecco perché le società con ideologie fragili cercano sempre di limitare il contatto con la realtà esterna: se mettevi a confronto l’ideologia sovietica con la realtà occidentale, ne usciva distrutta.

Al contrario, il neoliberismo era così profondamente radicato che più l’ideologia veniva messa a confronto con la realtà più appariva corretta. Gli anelli di retroazione fra il comportamento competitivo forzato, la dipendenza dal credito e la prosperità immediata erano forti. A condizione di mantenere le emozioni, gli ideali e ogni residuo di etica in uno scomparto separato, lontano dalle attività centrali di lavoro, commercio e concorrenza.

Non sempre, però, è possibile. Per il neoliberismo, l’equivalente del viaggio del disertore sovietico a Los Angeles era una visita al nostro io a trecentosessanta gradi, l’essere umano interiore, tridimensionale, etico e sociale che le nostre madri hanno dato alla luce.

Per il neoliberismo, l’equivalente del divieto di viaggiare sovietico era la ricompensa continua per il comportamento da Homo œconomicus e la punizione per comportamenti che sfidano la logica economica ma promuovono valori umani. Ecco perché l’apparato di sicurezza del mondo occidentale negli anni novanta dichiarò guerra agli ambientalisti, e poi ai loro successori nei movimenti anticapitalisti.

Il progetto neoliberista fu, nella pratica, un attacco contro l’umanesimo. Impose a forza la riduzione della natura umana alla competizione economica e soppresse tutti i tentativi di sperimentare alternative. Quando il suo dinamismo venne meno, nel 2008, «l’ordine della ragione normativa» crollò.

Ecco perché così tante persone sono tornate con così tanta facilità ad abbracciare il nazionalismo etnico, la misoginia e l’antiscienza: le loro difese mentali contro queste ideologie erano state demolite.

Quella che è iniziata nel 2008 non è solo una crisi economica mondiale, ma una crisi del soggetto neoliberista. Una a una, le illusioni accumulate in oltre trent’anni, intorno alle quali milioni di persone avevano strutturato la propria vita, sono svanite.

La convinzione che sistemi finanziari complessi accrescono la stabilità dell’economia reale? Svanita. La convinzione che anche se scoppia una bolla speculativa alla fine non succede mai nulla di brutto? Polverizzata.

L’idea che la politica sia fatta di partiti tecnocratici che discutono fra loro dettagli secondari da qui all’eternità? Andata. La religione del credito a buon mercato? Sfatata. Il dogma che se tutti sono in competizione fra loro, le cose possono solo migliorare?

Smentito in ogni ente assistenziale, in ogni mensa dei poveri, in ogni triste androne dove c’è un sacco a pelo con un essere umano rannicchiato dentro.

Ma le illusioni perdute rappresentano solo metà del problema. Riducendo tutto agli aspetti economici e autorizzando menzogne sistematizzate come quelle che hanno ucciso la Lehman Brothers e giustificato la débâcle irachena, il neoliberismo ha assolto un’intera generazione dai giudizi morali. Finché obbedivi ai rituali performativi del neoliberismo – al lavoro, in palestra, nel wine bar –, il sistema si manteneva neutrale rispetto alle tue convinzioni etiche.

Il neoliberismo è diventato un sistema performativo: una sorta di teatro ritualizzato. Il comportamento performativo è facile da standardizzare e misurare in termini di mercato. Il vostro reparto ha rispettato i parametri di riferimento per le migliori prassi nell’assunzione di donne e minoranze? Spuntate la casella relativa.

A chi importa se dentro di voi pensate che i bianchi siano biologicamente superiori ai neri e gli uomini alle donne? L’assunto liberista era che siccome la crescita economica e il progresso tecnologico rendevano le cose migliori per tutti, i pregiudizi reazionari di alcuni individui sarebbero spariti.

E anche se non fossero spariti, la cosa aveva poca importanza fintanto che queste convinzioni non interferivano nell’assunzione di decisioni economicamente razionali.

Tuttavia, nelle società basate su rituali performativi, è possibile che molte persone sviluppino idee trasgressive in contraddizione con essi, spesso in segreto.

Quando quei rituali cessano di produrre prosperità, e l’ideologia ricevuta cessa di avere senso, ne cercano di nuovi in linea con la loro esperienza.

Oggi, basta guardare Twitter per mezz’ora per capire come questa esperienza conduca alcuni individui a conclusioni razziste, misogine, antisemite o islamofobe.

Quando i sociologi descrivono il sé neoliberista, spesso snocciolano una lista di comportamenti e atteggiamenti che ci vengono inculcati dal mercato: rispetto del denaro, tendenza a definire la libertà come una forma di scelta del consumatore, disponibilità a vedere il sé come «capitale umano», ossessione per le celebrità e i marchi.

Ma non è solo questo. Il sé neoliberista era intrinsecamente radicato nell’idea di permanenza geopolitica, nell’assenza di alternative economiche.

Per capire l’acuta crisi di identità che milioni di persone stanno vivendo oggi, dobbiamo ripercorrere il processo che ha devastato in un colpo solo la geopolitica e l’economia.


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